Da due giorni in edicola il nuovo numero di Special Cafè che ci ha fatto un bel regalo, è uscito infatti l'articolo sul nostro viaggio sull'Isola di Man, dell'anno scorso.
Un bell'incoraggiamento in previsione della partenza ormai imminente e del panico che ci agita, alcune moto sono ancora lontane dal definirsi "pronte a partire" ed una spedizione importante (i filtri aria specifici) sono bloccati in dogana.
Nonostante questo siamo fiduciosi ed ottimisti, d'altra parte non ci saremmo imbarcati in questa avventura africana se non lo fossimo.
Buona lettura...
Gianni
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venerdì 16 marzo 2012
giovedì 15 marzo 2012
La (musica) RAI... di tutto, di più!!!
La musica rai (meglio definirla pop-rai comunque, per distinguerla da quella tradizionale precedente) si e' sviluppata nei dintorni di Orano, nell' Algeria occidentale; e forse non e' un caso, visto che proprio qui esisteva, oltre ad uno straordinario incrocio di influenze beduine, marocchine, spagnole, francesi e nord-africane, la giusta "atmosfera" di night-clubs che favorirono uno stile libertino di cui il pop-rai fu espressione.La nascita del pop-rai coincide circa con la rivoluzione punk in Europa (seconda meta' degli anni '70) ma le tematiche forse erano piu' vicine all' esplosione del rock'n roll negli USA negli anni '50: sesso, automobili, droga (alcol nello specifico, poiché rappresenta già una notevole trasgressione rispetto ai dettami del Corano), temi censurati duramente sia dalle gerarchie islamiche che dal governo socialista.Paradossalmente la spinta decisiva venne dai tanti giovani emigrati in Europa, in primis Parigi, Lione, Marsiglia che promossero la loro musica al di fuori della loro comunita' fino a raggiungere Francoforte, Milano e perfino Tokyo e Rio! La parola "rai" significa "opinione" e viene utilzzata spesso come refrain, quasi a voler incitare una risposta del pubblico, ma la musica algerina ha un passato ben piu' intricato; negli anni '20/'30 potevamo riconscere 2 correnti principali: la prima, rappresentata dagli uomini (Chiekh), si basava su vecchie poetiche ballate beduine, mentre la seconda, di cui erano le donne (Cheikha) protagoniste era la colonna sonora dei caffe' ante-guerra; e' da queste licenziose canzoni che possiamo far risalire l' origine del Rai moderno.Quest'ultimo si caratterizza per l'introduzione dei fiati, il basso e la chitarra elettrica (con ispirazioni twist e rock), strumenti che avrebbero sostituito nel corso degli anni i tradizionali violini, flauti, liuti e percussioni. A partire dalla metà degli anni 80 uscirono le prime grandi stars del pop-rai, a partire dal grandissimo Cheb Khaled (una sorta di Elvis del Rai) e Tachid Taha, che ha reinterpretato un meraviglioso brano del Rai tradizionale. Guardatelo e ascoltatelo:
domenica 11 marzo 2012
Il deserto è...
Il deserto è una distesa di sabbia bruciata dal sole e tormentata dal vento. E’ un mare di onde dorate che si increspano all’infinito, oltre l’orizzonte, fino a dissolversi nell’aria tremula che ne riproduce il ritmo. E’ un’infinita varietà di colori, soggiogati da una luce instancabile, mai uguale a se stessa: tanto generosa di riflessi quanto avida di ombre, maestra di gradazioni e sfumature. Il deserto è la morsa del ghiaccio che rattrappisce un cuore ormai privo di impulsi. Il deserto è l’immersione nell’ignoto, il naufragio nell’immenso, l’estatico oblio delle certezze e l’inebriante annichilimento delle incertezze. E’ la calma dell’incedere senza tempo, verso un dove senza confini. Il deserto è la solitudine di un’anima tormentata che non vorrebbe arrendersi all’impero dell’aridità. E’ la forza di una passione irrefrenabile che non conosce ostacoli: un fuoco inestinguibile, un ardore imperituro. Il deserto è la nobiltà di un uomo il cui respiro si confonde con l’alito che modella le dune, il cui cammino segue tracce ancestrali fatte di voci, di canti, di narrazioni, i cui occhi incorniciati da drappeggi d’indaco si abbassano soltanto quando da oriente giunge il richiamo alla preghiera. Il deserto è un sinuoso felino dal manto fulgido: elegante, sensuale, ammaliante, feroce, brutale. Il deserto è l’illusione che esista qualcosa di deserto: un luogo deputato al nulla dove ogni forma di vita assume connotati leggendari; un silenzio assoluto dove lo sciabordio del sangue nelle vene diventa assordante; uno spazio sconfinato dove si assume la dimensione di un granello di sabbia e si diventa parte del tutto.
Valentina Gualandi
giovedì 26 gennaio 2012
Giorni deserti...
Il deserto ti svuota la testa, non è un posto di pensiero, è un posto che annulla il pensiero.
Il tempo si adegua allo spazio e lo spazio è senza fine, senza punti di riferimento, è aria e luce.
Ho piantato la mia tenda a igloo vicino alla tenda di una famiglia di nomadi che allevano capre e ci sono quattro figli tre cammelli quattro asini e un cane. Loro parlano solo berbero e un po' arabo e si comunica a gesti ma non c'è problema, non c'è un gran bisogno di dirsi chissacché, quello che serve si riesce a dire.
Intorno a me la sabbia e il vento.
Mi ha preso sonno verso le dieci, fino ad allora sono stato con la mia famiglia di nomadi berberi. Mi ero portato da mangiare ma loro mi hanno tenuto a cena. Abbiamo bevuto tè e mangiato un uovo sodo a testa, un pezzo di pane da intingere in un unico piatto di verdure galleggianti in una brodaglia piccante, una buona cena. Sono gente simpatica, una bella famiglia con delle belle facce, vorrei chiedergli molte cose ma per fortuna la lingua non lo permette a allora vada per il silenzio, che comunque non è affatto vuoto e nemmeno un silenzio di imbarazzo come a quelle cene dove se per qualche secondo c'è silenzio si sente subito il rumore delle posate e delle mascelle che nella nostra società è insopportabile e allora qualcuno subito rompe il vuoto con un "be'" o con un "mmmh, buono..." o con un "comunque" o qualche altra chiave per togliersi dall'imbarazzo di un silenzio che invece è un silenzio vuoto. Qui a fine cena il capofamiglia ha cacciato un grosso rutto che era meglio di un complimento.
Ragazzi, voi non vi potete immaginare che cos'è il cielo visto da una tenda nel deserto, vi giuro che non ve lo potete immaginare.
Prendi un bel cielo d'agosto con tanto di stelle cadenti visto da una spiaggia di Riccione e moltiplicalo per un milione, ecco forse così ci si avvicina. È una cosa che si tocca, è un abbraccio vero e proprio, è un tetto, un tetto che ti dà il senso di tetto, ti dà questo senso di essere al sicuro, di essere a casa.
Tanto le cose stanno così, per conoscere veramente qualcosa bisogna sapere cosa c'è dall'altra parte, è come se la conoscenza fosse un fatto di equilibri tra cose opposte. Non si più avere un'idea di cosa è una grande città senza aver dormito da soli nel deserto e forse chi vive nel deserto non sa molto di sé fino a che non conosce una grande città.
Comunque questi nomadi mi sembrano felici, un po' disgraziati ma felici.
La notte fa molto freddo tipo zero gradi e bisogna coprirsi bene e al mattino ti sveglia il caldo ed è una bella sensazione.
Lorenzo Jovanotti
giovedì 19 gennaio 2012
"Mi è sempre piaciuto il deserto.
Ci si siede su una duna di sabbia, non si vede nulla, non si sente nulla, e tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio."
Antoine de Saint Exupery
Ci si siede su una duna di sabbia, non si vede nulla, non si sente nulla, e tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio."
Antoine de Saint Exupery
lunedì 24 ottobre 2011
ciao ragazzo
Ieri ero ancora frastornato dai km e dai pensieri chiusi nel casco, da quando un benzinaio poco delicato mi ha detto a bruciapelle "è morto Simoncelli".
Oggi, dopo che tutti hanno detto la loro, motociclisti e non, gli immancabili bacchettoni e gli eterni romantici, ho deciso di ricordarlo e voglio farlo ripensandolo steso sul serbatoio mentre stringe forte i semimanubri.
Perchè lui non era un tipo fine quando abbassava la visiera, era uno di quelli che prendeva la moto per le corna, che non si lasciava guidare da lei ma pretendeva di dominarla con la forza della sua stazza. Era, senza dubbio, il pilota moderno che più mi impressionava: irruento, sfrontato e rabbioso come nessuno.
La moto nelle sue braccia sembrava un giocattolo sbatacchiato a destra e sinistra, una frusta nelle mani del domatore del circo. I cambi di direzione violenti. Il suo corpo proteso verso l'asfalto, fuori dalla moto molto più dei suoi avversari, a causa della sua statura fuori standard.
Mi piace ricordarlo così, lontano dallo stereotipo del ragazzo semplice e simpatico, fuori dall'immagine conosciuta di un ragazzone con tanti capelli ricci. A me piace ricordarlo col casco in testa, concentrato sulla sua moto, mentre insegue l'avversario con la rabbia di chi vuole morderti, fregandosene se la prossima curva è dalla parte sbagliata e l'avversario si trova sulla traiettoia giusta.
Un ragazzo che non fa calcoli ne strategie, che apre il gas e lo tiene aperto fino alla fine, aggrappandosi alla moto per tenerla su, disperatamente e meravigliosamente.
Un pilota d'altri tempi, ci mancherà.
Gianni
Oggi, dopo che tutti hanno detto la loro, motociclisti e non, gli immancabili bacchettoni e gli eterni romantici, ho deciso di ricordarlo e voglio farlo ripensandolo steso sul serbatoio mentre stringe forte i semimanubri.
Perchè lui non era un tipo fine quando abbassava la visiera, era uno di quelli che prendeva la moto per le corna, che non si lasciava guidare da lei ma pretendeva di dominarla con la forza della sua stazza. Era, senza dubbio, il pilota moderno che più mi impressionava: irruento, sfrontato e rabbioso come nessuno.
La moto nelle sue braccia sembrava un giocattolo sbatacchiato a destra e sinistra, una frusta nelle mani del domatore del circo. I cambi di direzione violenti. Il suo corpo proteso verso l'asfalto, fuori dalla moto molto più dei suoi avversari, a causa della sua statura fuori standard.
Mi piace ricordarlo così, lontano dallo stereotipo del ragazzo semplice e simpatico, fuori dall'immagine conosciuta di un ragazzone con tanti capelli ricci. A me piace ricordarlo col casco in testa, concentrato sulla sua moto, mentre insegue l'avversario con la rabbia di chi vuole morderti, fregandosene se la prossima curva è dalla parte sbagliata e l'avversario si trova sulla traiettoia giusta.
Un ragazzo che non fa calcoli ne strategie, che apre il gas e lo tiene aperto fino alla fine, aggrappandosi alla moto per tenerla su, disperatamente e meravigliosamente.
Un pilota d'altri tempi, ci mancherà.
Gianni
martedì 18 ottobre 2011
Viaggia il più possibile...
Cinquantasettemila chilometri percorsi in otto mesi di viaggio.
Io e la mia moto, da soli, abbiamo completato il giro del mondo. Un sogno diventato realtà.
Mentre sfreccio verso la casa dei miei genitori, pazzo di gioia, mi ripassano davanti agli occhi tutti i momenti magici che ho vissuto durante questi mesi: mi ritornano in mente i momenti difficili e quelli di gioia, la fatica, il caldo soffocante dei deserti, il gelo delle montagne, il sorriso dei popoli lontani, i pericoli che ho affrontato, gli incontri più strani, i volti pi curiosi, i paesaggi mozzafiato che mi hanno accompagnato per lungo tempo.
Percorro l'ultimo tratto che mi separa da Valenza Po con le lacrime che mi scorrono sul viso e le gambe che mi tremano, in attesa di rivedere mio padre, mia madre, mia sorella e il mio cane.
Intravedo la mia gente, il mio bar, l'edicola dove compro da anni il giornale; capisco quanto mi siano mancati i piccoli gesti quotidiani, gli incontri con i miei amici, le discussioni di tutti i giorni.
Trascorrerò qualche tempo a casa, poi verrà ancora l'occasione di ripartire. La mia vita è sulla strada e a chi mi chiederà il senso e il bilancio di questa avventura, risponderò con l'unico consiglio che mi sento di dare: viaggia, viaggia il più possibile, non importa con quale mezzo, ma muoviti dal luogo in cui vivi, guarda cosa si nasconde oltre la curva in fondo alla strada...
Tratto da "Il giro del mondo in moto" di Marco Deambrogio
mercoledì 21 settembre 2011
Gli uomini liberi
Prima degli arabi, prima dei romani, prima di qualsiasi conquista straniera, le terre sabbiose del nordafrica erano abitate da un popolo fiero ed affascinante: i Berberi.
I greci antichi e poi i romani chiamavano "balbuzienti" (βάρβαρος) tutti quelli che non parlavano la loro lingua. E tanto per non essere da meno, durante la conquista del nordafrica (avvenuta nel VII sec. d.C.) anche gli arabi utilizzarono lo stesso termine per indicare i popoli indigeni.
Ma del resto, i Tuareg odierni definiscono gli Arabi "Ikhamkhamen", che ha un significato analogo (“coloro che fanno versi simili a un nitrito”).
I termini che questi popoli utilizzano ancora oggi per designare se stessi sono "Amazigh o Imazighen" che significano "uomini-liberi".
Ad oggi, anche in Tunisia, esistono ancora dei nuclei di popolazioni che hanno mantenuto l'identità linguistica berbera, anche se il processo di "arabizzazione" è talmente radicato e profondo che bisogna spingersi verso le zone più impervie dell'Erg, nelle zone di Gafsa, di Douz oppure Matmata e Tataouine, per trovare dei villaggi che possano definirsi realmente berberi.
In altri stati nordafricani, come Algeria e Marocco, la lingua berbera è stabilmente parlata da almeno il 30% della popolazione.
Sono di chiara origine berbera alcuni personaggi storici importanti, come Sant'Agostino, l'imperatore Settimio Severo e il commediografo romano Publio Terenzio Afro; ma anche personaggi a noi più vicini (e magari più noti) come Zinedine Zidane e Isabelle Adjani.
Ora, per quale motivo vi dico queste cosee vi gonfio le balle con disquisizioni storico/linguistiche?
E' presto detto.
L'aspetto più interessante di questo popolo, a mio modo di vedere, è come sia riuscito a mantenere nel corso dei secoli una propria irriducibile identità.
Nonostante le conquiste straniere che si sono succedute nel tempo, prima i romani, poi i vandali, i bizantini e, infine, gli arabi, questi popoli sono riusciti a mantenere viva la loro cultura attraverso un legame fortissimo con la terra di appartenenza, con il deserto.
Nessuna conquista o imposizione è stata sufficiente a far staccare definitivamente queste persone dalle loro tradizioni. Essi continuano a vivere le terre ostili, hanno una fiorente letteratura (prima trasmessa oralmente, poi trascritta) fatta di racconti tradizionali, fiabe e, soprattutto, di poesie.
I berberi sono ancora lì, facce pallide nel cuore arido del mondo.
Alcuni hanno occhi chiari e capelli rossicci, specialmente nelle tribù marocchine dell'Atlas e nella Cabilia algerina, a causa di una naturale depigmentazione che li rende molto più simili agli europei che agli africani propriamente detti.
In ogni caso tutti loro hanno il fascino di chi riesce a far fiorire la vita dal nulla, di chi sa trovare una goccia di fertilità e di splendore anche nel luogo più arido ed ostile della Terra.
Spero tanto di riuscire a incrociare il loro sguardo e, magari, a conquistare un granello della loro saggezza.
Daniele
(Ksour - Granai fortificati Berberi, dalle parti di Matmata)
(giovane berbero)
(bandiera Amazigh)
Documentario: VIAGGIO TRA I BERBERI
Un viaggio in fondo ai propri occhi
"Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia, non si vede nulla, non si sente nulla, e tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio."
Antoine de Saint Exupery
Ecco, credo che una citazione dell'autore del Piccolo Principe sia il modo migliore per cominciare a parlare della nostra nuova avventura.
Siamo solamente all'inizio, non c'è ancora niente di deciso.
Come ha detto Gianni, con meravigliosa sintesi:
non abbiamo una destinazione;
non abbiamo delle date;
non abbiamo le moto adatte;
non abbiamo l'abbigliamento adatto.
non abbiamo delle date;
non abbiamo le moto adatte;
non abbiamo l'abbigliamento adatto.
Ma probabilmente quel bagliore indistinto che anima il silenzio delle dune ha già preso il suo posto nei nostri occhi.
La nostra destinazione (salvo problemi socio-politici dell'ultim'ora) dovrebbe essere il grande Erg orientale, in Tunisia.
A soli 1000km in linea d'aria da Roma, si trova un altro mondo.
La distanza è sorprendentemente inferiore a quella percorsa per arrivare all'isola di Man, ma la differenza di scenario è talmente importante che impiegheremo mesi interi per prepararci a dovere.
E il giorno in cui sapremo di essere pronti a partire, probabilmente scopriremo la strana sensazione di non sapere niente su come si va via dal deserto, su come ci si congeda da esso.
Bene, su questo blog vorrei cercare di compiere una ricerca personale su questo ambiente così estremo e così affascinante: astrazioni, storie, geografie, cenni su popoli, culture, musica.
Vorrei aiutarCi a creare uno scenario comune sul quale collocare le esperienze personali che ogni membro dell'equipaggio andrà a vivere.
Per far sì che quello nel deserto sia per ognuno di noi un viaggio di andata e ritorno nel profondo dei propri occhi.
Daniele
Daniele
lunedì 19 settembre 2011
Di nuovo in marcia...
A un certo punto ci si ritrova invischiati nella routine.
Tanti piccoli criceti che girano senza sosta nella propria ruota convinti che tutto si fermi lì. Oppure, peggio, convinti che in fondo alla ruota ci sia quello che cerchiamo.
Fermarsi a volte può fare vedere tutto da un'altra prospettiva... anche se la parola "fermarsi" vuol dire farle assumere significati opposti come partire, muoversi, viaggiare.
Tornati dall' isola di Man a giugno, dopo alcuni giorni meravigliosi passati in sella alle nostre bicilindriche, è nata spontanea la voglia di ripartire, di pianificare ancora qualcosa che susciti emozioni e che ci permetta di sentire ancora sulla pelle la voglia di fuggire e di scoprire.
Sarà "impazienza" probabilmente, "noia" direbbe uno di quelli che ha sempre pochi dubbi, più semplicemente "vita" direi io se non sembrasse così altisonante.
Spingere l'asticella un po' più in là per vedere fino a quale punto ci possa portare l'incoscienza, che strade possa farci prendere la voglia di viaggiare, costruire un percorso tutto nostro per assaporare il gusto di fare qualcosa da ricordare.
Sarà "impazienza" probabilmente, "noia" direbbe uno di quelli che ha sempre pochi dubbi, più semplicemente "vita" direi io se non sembrasse così altisonante.
Spingere l'asticella un po' più in là per vedere fino a quale punto ci possa portare l'incoscienza, che strade possa farci prendere la voglia di viaggiare, costruire un percorso tutto nostro per assaporare il gusto di fare qualcosa da ricordare.
Sicuramente c'è qualcosa di tutto questo se ora, a distanza di un anno esatto da quando è partito il blog e il progetto del viaggio precedente, siamo di nuovo qui pronti a prendere schiaffi sul casco in sella alle nostre motociclette inglesi.
Un nuovo viaggio, dopo Man, per provare sensazioni simili e completamente opposte: assaggiare il sapore dei granelli di sabbia che pungono il viso e respirare la polvere di una terra magica: l'Africa.
Non un viaggio all inclusive, neanche un pacchetto pronto-deserto destinato alle moto da dentista che pullulano le nostre città, ma un'esperienza tutta nostra, che ci faccia portare le stesse cavalcature dalle strade tortuose delle road race nord europee alle piste di sabbia del deserto del grande Erg orientale.
Come dice la frase del poeta tunisino Malek Haddad che campeggia sul blog, nel deserto non si va mai per la prima volta e non si lascia mai per sempre... è un luogo dell'anima ed è arrivato il momento di andarlo a cercare.
L'Africa ci aspetta, ormai il dado è tratto.
Gianni
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